CONTRIBUTORI

Christy Tan
Managing Director
Senior Investment Strategist
Franklin Templeton Institute
Il vertice di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping non ha prodotto svolte diplomatiche di rilievo, ma presenta implicazioni importanti per i mercati finanziari. Pur senza modificare in modo sostanziale la traiettoria delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, entrambi i leader hanno mostrato la volontà di gestire la rivalità strategica in modo da ridurre il rischio di shock macroeconomici nel breve periodo.
Da un punto di vista più circoscritto, il summit ha comunque un valore per i mercati. La dimensione simbolica è stata significativa e costruita con attenzione: dall’accoglienza solenne alla visita al Tempio del Cielo, risalente a oltre 600 anni fa, e all’incontro informale a Zhongnanhai, dagli incontri bilaterali prolungati al tono misurato adottato da entrambe le parti. In un contesto in cui l’alternativa sarebbe l’escalation, i mercati tendono a reagire positivamente anche a segnali di distensione. Dopo anni di tensioni che hanno inciso su dazi, catene di approvvigionamento tecnologico, flussi di capitale e decisioni di investimento aziendali, persino un miglioramento limitato della prospettiva può contribuire a contenere i premi per il rischio.
Gli investitori dovrebbero però evitare di trarre conclusioni eccessive dal cambiamento di tono. I riferimenti alla questione di Taiwan, letti alla luce della cosiddetta “Trappola di Tucidide1”, indicano che le questioni strutturali restano irrisolte. Il messaggio del Presidente Xi, che auspica relazioni basate sulla partnership piuttosto che sull’antagonismo, è positivo ma riflette anche divergenze persistenti e la visione cinese sull’evoluzione del rapporto bilaterale.
Nel complesso, il vertice sostiene un orientamento tattico risk-on, ma non giustifica una revisione strutturale delle valutazioni di mercato.
La reazione dei mercati offre indicazioni interessanti. Le azioni Boeing hanno registrato un ribasso dopo che Trump ha dichiarato che la Cina avrebbe acquistato 200 velivoli, un numero inferiore alle aspettative emerse prima del viaggio e dell’accordo sui 300 aerei annunciato durante la visita di Trump nel 2017. Al contrario, il produttore di semiconduttori Nvidia ha raggiunto nuovi massimi storici sulla scia delle indiscrezioni secondo cui Washington potrebbe autorizzare la vendita di alcuni chip avanzati H200 a società cinesi, nonostante il Segretario al Tesoro Scott Bessent abbia indicato che la questione resta ancora aperta. Questa divergenza è indicativa di dove si stia oggi concentrando l’attenzione dei mercati. In passato, il ciclo commerciale tra Stati Uniti e Cina ruotava principalmente attorno a beni come aeromobili, soia, gas naturale liquefatto e grandi accordi di acquisto. Temi che restano rilevanti, soprattutto per il comparto industriale statunitense, per gli esportatori e per l’equilibrio commerciale. Tuttavia, oggi il focus si sta progressivamente spostando verso il complesso tecnologia-sicurezza: semiconduttori per l’intelligenza artificiale, data center, infrastrutture cloud, fabbisogno energetico e accesso alla capacità di calcolo.
Per gli investitori azionari, il vertice rafforza l’idea che l’intelligenza artificiale rappresenti al contempo un tema di crescita e un fattore di rischio regolamentare. Un eventuale allentamento delle restrizioni sui chip potrebbe sostenere la filiera dei semiconduttori, in particolare per le società esposte alla Cina. Tuttavia, la mancanza di dettagli limita la visibilità sulla sostenibilità di questo trend.
L’energia rappresenta il secondo principale canale di investimento. In un contesto in cui i negoziati tra Stati Uniti e Iran restano in fase di stallo e le rotte commerciali in Medio Oriente continuano a essere ostacolate, la dichiarazione congiunta di Stati Uniti e Cina sulla necessità di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz assume un rilievo significativo per il quadro macroeconomico. Un Hormuz pienamente operativo dovrebbe contribuire a contenere il premio per il rischio sul petrolio. Al contrario, eventuali interruzioni si trasmetterebbero rapidamente ai prezzi del greggio, ai costi di trasporto, alle aspettative di inflazione e alle decisioni delle banche centrali.
In questo contesto, merita attenzione anche il crescente interesse della Cina per maggiori acquisti di petrolio statunitense. Sebbene l’impatto sia marginale, un aumento delle importazioni cinesi potrebbe sostenere gli esportatori energetici americani e contribuire a ridurre le tensioni commerciali bilaterali. Per la Cina, rappresenterebbe inoltre un’opportunità di diversificare le fonti di approvvigionamento in una fase in cui le rotte mediorientali appaiono politicamente fragili.
Nel complesso, un vertice che contribuisca a ridurre il rischio di escalation commerciale nel breve termine risulta moderatamente favorevole per i mercati azionari e per gli spread creditizi. Tuttavia, eventuali nuovi shock energetici potrebbero rendere più complesso il processo di disinflazione e mettere in discussione le aspettative di allentamento della politica monetaria. In uno scenario di questo tipo, la domanda di beni rifugio come i Treasury potrebbe essere in parte compensata dal ritorno di pressioni inflazionistiche.
Per quanto riguarda il dollaro statunitense, il quadro appare più articolato. Un miglioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina potrebbe sostenere l’appetito per il rischio e, attraverso aspettative di crescita globale più robuste, esercitare una moderata pressione al ribasso sulla valuta americana. Al contrario, eventuali riacutizzazioni delle tensioni su temi chiave — come Taiwan, i semiconduttori o lo Stretto di Hormuz — potrebbero innescare un tipico movimento “risk-off”, con un rafforzamento del dollaro. Questa asimmetria suggerisce prudenza, in particolare sulle posizioni ribassiste sul dollaro già molto diffuse, soprattutto nei confronti delle valute asiatiche più sensibili alla dinamica della Cina e al commercio globale.
Nel breve termine, il vertice può sostenere gli asset più rischiosi, in particolare alcuni titoli tecnologici statunitensi, i settori industriali legati alla Cina, gli esportatori energetici e alcune aree dei mercati azionari asiatici. Nel medio periodo, tuttavia, la relazione tra Stati Uniti e Cina continuerà a essere caratterizzata da una rivalità gestita. Ciò implica un contesto esposto a frequenti sviluppi di natura geopolitica, cambiamenti di policy e dinamiche settoriali differenziate tra vincitori e perdenti.
Il vertice segnala che entrambe le parti sono consapevoli dei costi di un’escalation incontrollata: un elemento costruttivo per i mercati, ma solo entro certi limiti. Il premio per il rischio legato alla relazione tra Stati Uniti e Cina non è venuto meno, e per gli investitori sarà fondamentale mantenere un approccio equilibrato, costruttivo ma disciplinato.
Note finali
- Un riferimento alla rivalità geopolitica nell’antica Grecia tra Sparta e Atene, così come descritta dallo storico Tucidide.
QUALI SONO I RISCHI?
Tutti gli investimenti comportano rischi, inclusa la possibile perdita del capitale.
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I titoli obbligazionari comportano rischi legati a tassi d’interesse, di credito, di inflazione e rischi di reinvestimento, oltre alla possibile perdita del capitale. Quando i tassi d’interesse salgono, il valore dei titoli obbligazionari scende.
Gli investimenti internazionali sono soggetti a rischi speciali, tra cui fluttuazioni valutarie e incertezze sociali, economiche e politiche, che potrebbero aumentare la volatilità. Tali rischi sono amplificati nei mercati emergenti.
Gli investimenti internazionali sono soggetti a rischi speciali, tra cui fluttuazioni valutarie e incertezze sociali, economiche e politiche, che potrebbero aumentare la volatilità. Tali rischi sono amplificati nei mercati emergenti. Gli investimenti in aziende in un paese o regione specifici possono avere una maggiore volatilità rispetto a quelli più ampiamente diversificati geograficamente.
Gli investimenti in Cina sono soggetti a maggiori livelli di rischio normativo rispetto ad altri paesi in ragione dell’elevata partecipazione del governo all’attività economica. Rischi particolari sono legati agli investimenti in Cina, Hong Kong e Taiwan, tra cui la riduzione della liquidità, l’espropriazione, la tassazione confiscatoria, le tensioni commerciali internazionali, la nazionalizzazione, le normative sul controllo dei cambi e la rapida inflazione, tutti fattori che possono avere un impatto negativo sul fondo. Gli investimenti a Hong Kong e Taiwan potrebbero essere influenzati negativamente dalle relazioni politiche ed economiche con la Cina.
WF: 10477010
