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Elementi chiave da ricordare

  • Prima della pandemia, nei settori maggiormente colpiti dal COVID-19, le donne rappresentavano una percentuale maggiore degli occupati; ciò ha determinato in questi settori una quota sproporzionata delle perdite complessive di posti di lavoro durante la fase iniziale dei licenziamenti indotti dalla pandemia.
  • Il crescente ricorso a modalità di lavoro più flessibili, uno dei pochi risvolti positivi della pandemia e un tema sollevato da ClearBridge in occasione di recenti engagement con le aziende, dovrebbe deporre a favore dell’occupazione femminile, incoraggiando il ritorno nella forza lavoro delle donne che ne sono uscite.
  • Il miglioramento del trend di partecipazione femminile alla forza lavoro è correlato a una crescita economica più elevata, e nel breve termine potrebbe anche sostenere una politica monetaria più accomodante.

Dopo anni di progressi, le donne hanno sostenuto il peso dei licenziamenti collegati alla pandemia

Nel quarto trimestre 2019, la quota femminile dell’occupazione complessiva ha raggiunto il 50% per la seconda volta nella storia (la prima volta è stata nel 2009-2010). Superato questo picco, le donne hanno rappresentato quasi il 55% delle perdite totali di posti di lavoro durante l’ondata iniziale di licenziamenti associati alla pandemia di COVID-19, e a maggio 2020 la quota femminile dell’occupazione complessiva era scesa al 49,1%. Nei mesi successivi le donne hanno ritrovato un impiego più velocemente degli uomini, e oggi l’occupazione femminile è rimbalzata al 49,7% del totale.

Una possibile causa, poco esplorata, di questa dinamica è la presenza di una quota significativa di lavoratrici nei settori più colpiti dalla pandemia. Attingendo alla ricerca accademica, abbiamo classificato i settori in funzione della loro esposizione (alta o bassa) al COVID-19 sulla base di 1) la possibilità di lavorare in remoto, 2) l’essenzialità e 3) l’impatto degli shock di domanda e/o offerta causati dal COVID-19. Come si può immaginare, la maggior parte dei licenziamenti si è concentrata in settori ad alta esposizione come il tempo libero/ospitalità e il commercio al dettaglio. Questi settori hanno registrato anche una ripresa più vigorosa nei mesi successivi.

Figura 1: Un racconto di due mercati del lavoro

I livelli alti e bassi dell’esposizione al COVID-19 si basano su dati a livello settoriale le cui misure includono la capacità di lavorare da remoto, lo status essenziale vs. non essenziale, e gli shock di offerta/domanda provocati dalla pandemia. La variazione netta aggregata dell’occupazione di stipendiati in questi settori è misurata con riferimento ai massimi livelli di occupazione del febbraio 2020. I settori con un’alta esposizione al COVID-19 rappresentano il 60% circa del totale pre-pandemia degli stipendiati, esclusi i lavoratori nel settore agricolo; i settori con una bassa esposizione al COVID-19 rappresentano il 40% circa del totale pre-pandemia degli stipendiati, esclusi i lavoratori nel settore agricolo. Dati al 30 aprile 2021. Fonte: Bloomberg, BLS, INET Oxford.

Ciò che stupisce, tuttavia, è che prima dell’arrivo del COVID-19 le donne rappresentavano il 58% dell’occupazione nei settori ad alta esposizione e solo il 38% della forza lavoro in quelli a bassa esposizione (come la produzione manifatturiera e la tecnologia). In altre parole, le donne rappresentavano una quota maggiore di posti di lavoro nei settori che sono stati più duramente colpiti dalla pandemia, e una quota minore in quelli che ne sono rimasti maggiormente isolati. È interessante notare che le donne hanno di fatto perso più della loro quota pre-pandemica di posti di lavoro nei settori ad alta esposizione e meno della loro quota pre-pandemica di posti di lavoro nei settori a bassa esposizione.

Vi sono altri motivi per cui l’occupazione femminile è stata penalizzata più duramente di quella maschile dalla pandemia. I ricercatori della Federal Reserve Bank di San Francisco hanno recentemente pubblicato uno studio intitolato “Parents in a Pandemic Labor Market” (Genitori in un mercato del lavoro colpito dalla pandemia) che ha riscontrato una divergenza tra padri e madri nella partecipazione alla forza lavoro (costituita dagli occupati e dalle persone attivamente in cerca di un’occupazione) durante la pandemia. In particolare, nel corso di quest’ultima, il tasso di partecipazione si è ridotto dell’1,1% per i padri e del 3,4% per le madri. Mentre molte madri sono tornate al lavoro durante la primavera e l’estate del 2020, un calo pronunciato si è verificato in autunno con la riapertura (in molti casi virtuale) della scuola, come descritto nella Figura 2. Secondo l’aggregatore di dati Burbio, circa un terzo degli studenti della scuola primaria e secondaria (“K-12”) segue ancora le lezioni interamente o parzialmente in remoto.

Figura 2: Partecipazione di padri e madri alla forza lavoro durante il COVID-19

Dati al 31 marzo 2021. Fonte: Federal Reserve Bank of San Francisco.

Ciò avvalorerebbe l’idea che le responsabilità della cura dei figli (inclusa la supervisione dell’apprendimento a distanza) sono ricadute più sulle donne che sugli uomini. A causa della pandemia, alcune donne sono state loro malgrado costrette a scegliere tra lavoro e cura dei figli, e questo ha pesato sui livelli di occupazione femminile. In effetti, stando al Census Bureau, il 33% delle donne non occupate di età compresa tra i 25 e i 44 anni ha citato le esigenze della cura dei figli quale motivo principale della propria uscita dalla forza lavoro, a fronte del 12% appena degli uomini. Lo studio sopra citato ha riscontrato anche una forte correlazione tra le tendenze dell’occupazione femminile e la flessibilità dell’orario di lavoro. In particolare, i settori con una quota maggiore di occupazioni con orari flessibili hanno evidenziato meno perdite di posti di lavoro femminili, mentre quelli con una quota minore di occupazioni con orari flessibili hanno registrato perdite maggiori. Questa dinamica è risultata meno pronunciata per gli uomini.

Il risvolto positivo della pandemia: la crescente accettazione del lavoro in remoto

Riteniamo che questo risultato sia incoraggiante, considerando il crescente ricorso a modalità di lavoro più flessibili nell’era post-pandemica. La normalizzazione di queste pratiche dovrebbe inoltre deporre a favore dell’occupazione femminile. Secondo il Bureau of Labor Statistics, prima della pandemia solo il 7% della forza lavoro statunitense aveva accesso a politiche di lavoro in remoto e ai relativi vantaggi in termini di flessibilità. Durante il picco delle chiusure della scorsa primavera, si stima che quasi il 50% degli americani abbia lavorato in remoto, e molte imprese hanno in programma di mantenere in tutto o in parte queste politiche di “smart working” una volta passata la pandemia.

Al crescere del numero di americani che potrebbero lavorare in remoto almeno per parte del tempo, le percezioni riguardo a questa modalità di lavoro sono probabilmente destinate a cambiare. Secondo Ellen Ernst Kossek, un’esperta di Purdue sulle organizzazioni inclusive, “la ricerca [pre-COVID] rivela che se usi il telelavoro e la flessibilità per finire un progetto a tarda notte, i tuoi superiori lo apprezzano; se invece li usi per motivi familiari o personali, ti criticano e pensano che tu non abbia ambizioni di carriera.” Con i guadagni di produttività ormai sotto gli occhi di molti, è probabile che in futuro lo stigma del lavoro in remoto diminuisca.

Negli ultimi mesi, ClearBridge ha avviato un engagement attivo con le aziende sulla flessibilità lavorativa, incoraggiandole a sfruttare al meglio questa opportunità di cambiamento. Pur riconoscendo che non esiste un approccio universalmente valido, chiediamo a tutte le imprese di considerare i molteplici impatti che l’adozione parziale del lavoro remoto potrebbe avere sul loro personale. Tra gli argomenti che trattiamo con i team manageriali figurano l’impatto del lavoro in remoto sui neoassunti, sull’attività di mentorship e sulla cultura aziendale, nonché la valutazione della performance per chi fa uso di questa modalità lavorativa. A nostro giudizio le aziende che adottano un approccio olistico e ragionato al lavoro in remoto possono avere un impatto positivo sulla loro forza lavoro esistente e attrarre più talenti, in particolare donne e gruppi sottorappresentati.

Ciò dovrebbe favorire l’occupazione femminile in futuro e la crescita del prodotto interno lordo (PIL) più in generale. Se aumentano le aziende che offrono modalità di lavoro in remoto e flessibili e si perde la connotazione negativa associata a questi benefici, si elimina un motivo comune per cui molte madri abbandonano la forza lavoro. Ciò dovrebbe incrementare il tasso di partecipazione delle donne, dando impulso alla crescita del PIL nel tempo. Storicamente si registra una forte relazione tra le variazioni della partecipazione femminile alla forza lavoro e il PIL tendenziale nel medio periodo (cinque anni).

Figura 3: La partecipazione femminile alla forza lavoro è correlata alla crescita economica

Dati al 31 marzo 2021. Fonte: U.S. Bureau of Economic Analysis, Bureau of Labor Statistics, Bloomberg.

Nel breve periodo, le tendenze della partecipazione femminile alla forza lavoro potrebbero anche sostenere una politica monetaria più accomodante. L’estate scorsa la Federal Reserve (Fed) ha concluso una revisione del proprio quadro di politica monetaria, ridefinendo i suoi obiettivi dichiarati per “sottolineare che la massima occupazione è un obiettivo ampio e inclusivo. Questo cambiamento rispecchia l’importanza che attribuiamo ai benefici di un mercato del lavoro robusto, in particolare per molte persone a reddito basso e moderato.” In effetti, ciò significa che, nel determinare la politica monetaria nei prossimi anni, la Fed sorvolerà probabilmente sul tasso di disoccupazione complessivo, a condizione che l’inflazione non sfugga di mano.

Con l’avvio della ripresa la disoccupazione è scesa al 6,1%, ma si attesterebbe al 7,2% se la forza lavoro femminile fosse rimasta costante anziché ridursi di quasi 2 milioni di unità durante la pandemia. Nel definire la sua politica, la Fed valuterà probabilmente quale potrebbe essere il tasso di disoccupazione “normalizzato”. A seconda della percentuale di donne che rientrano nella forza lavoro, la Fed potrebbe mantenere una politica monetaria accomodante per un periodo più lungo rispetto ai cicli passati.



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