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IN SINTESI

Dopo un 2020 caratterizzato da un ciclo elettorale relativamente limitato in America Latina, il 2021 passerà sicuramente alla storia come uno degli anni più clamorosi per la regione. Diverse elezioni hanno prodotto forti onde d’urto, in quanto i partiti politici tradizionali hanno perso consensi a favore di schieramenti tipicamente estremisti, o quanto meno distanti dal centro dei rispettivi spettri politici. A detta di alcuni osservatori, questo anno di sconvolgimenti politici va interpretato come il risultato di un voto di protesta una tantum seguito al COVID-19. Sebbene l’impatto della pandemia abbia contribuito senz’altro ad alimentare la domanda di cambiamento espressa chiaramente da numerosi elettori, questa è a nostro avviso una spiegazione solo parziale. Cile e Colombia erano stati già scossi da disordini sociali prima della pandemia, quando le popolazioni hanno manifestato contro le forti disuguaglianze cementate dalle élite politiche di centro-destra, che avevano perso ogni contatto con la realtà della vita della gente comune in questi paesi. La domanda, quindi, è quanto durerà questo nuovo o rinnovato volto della politica latinoamericana e quali saranno le conseguenze per gli investitori nella regione. Temiamo che le politiche fiscali espansive promesse dai nuovi governi di sinistra possano mettere a rischio le finanze pubbliche di queste economie. Analogamente, sottolineiamo che la regione è sempre più dipendente dagli investimenti diretti esteri (IDE) per finanziare i suoi disavanzi delle partite correnti, e un ritorno al protezionismo ne accrescerebbe la vulnerabilità sul piano dei finanziamenti. Tutto sommato, benché ravvisiamo ancora valore nella regione, nutriamo preoccupazioni riguardo all’attuale situazione politica, poiché potrebbe accentuare le differenze economiche con altre economie emergenti, a meno che i nuovi governi non sposino la realpolitik e si orientino verso programmi politici più ragionevoli.



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