CONTRIBUTORI

Kim Catechis
Head of Investment Strategy, Martin Currie
Le lotte geopolitiche hanno un impatto sui risultati degli investimenti
A quattro anni dall’inizio di un confronto crescente e a quasi un anno dalla prima vera pandemia globale in un secolo, crediamo che il mondo si appresti a una corsa sull’ottovolante della geopolitica e dell’economia. Gli investitori e i gestori di asset subiscono un forte impatto, quindi dobbiamo monitorare una serie di questioni: il contesto storico fornisce la motivazione; il peso economico fornisce gli argomenti; l’ideologia sembra guidare la politica e il risultato è una sfida importante per gli investitori.
La realtà è che Pechino e Washington hanno visioni molto diverse di come dovrebbe funzionare l’ordine internazionale e mentre gli Stati Uniti aumentano la pressione, Pechino affila le armi. Per farla breve, se gli Stati Uniti e la Cina non riusciranno a trovare un accordo praticabile che sostenga il normale funzionamento del sistema internazionale, ciascuno schiererà la propria squadra. Molti paesi non saranno in grado di resistere al richiamo, a causa della loro vicinanza geografica e dei legami economici, come il Messico o il Pakistan. Nel frattempo il resto del mondo vive in un limbo, pressato da entrambe le parti mentre tenta di rimanere neutrale.
Il contesto storico
La storia conta. E la lunga storia della Cina è segnata da oltre 110 anni di umiliazioni da parte di potenze straniere che hanno occupato e sfruttato il paese. Mao ha portato a riaffermare la sovranità. Deng Xiaoping ha introdotto le riforme pragmatiche e spesso dolorose che hanno avviato la modernizzazione. Ha raccomandato cautela e, com’è risaputo, suggerito alla Cina di “nascondere la sua forza, attendere il suo tempo, mantenere un basso profilo e non rivendicare mai la leadership”. È il risultato di una valutazione pragmatica dell’equilibrio di potere attualmente vigente nel mondo.
Secondo la maggior parte degli osservatori, Xi Jinping ha rivoluzionato questa prospettiva con il suo discorso dell’ottobre 2017 al Congresso del Partito Comunista Cinese. Parlando per tre ore e mezza, ha esposto il “pensiero di Xi Jinping”, spiegando ai cinesi che “è giunto per noi il tempo di diventare protagonisti della scena mondiale e di dare un maggiore contributo al genere umano. La Cina spicca il volo e guarda a oriente”. Ma in realtà il punto di svolta è arrivato prima, all’indomani della crisi finanziaria globale del 2008. Per le élite di Zhongnanhai, l’equivalente della Casa Bianca, oltre a evidenziare la natura instabile del capitalismo occidentale, il 2008 ha anche dimostrato che non era più necessario “temporeggiare”. La visione di Xi Jinping, alternativa al capitalismo di stile occidentale, può definirsi “socialismo in versione cinese”.
La credibilità del partito è legata alla sua identificazione con la patria e al fatto che ha preso parte alla lotta per l’indipendenza. Secondo le parole di Mao fu allora che “il popolo si sollevò” sotto la sua guida, sconfiggendo i nazionalisti sostenuti dagli Stati Uniti e diventando una nazione sovrana.
Il piano d’azione statunitense
Washington ha attivamente smantellato lo storico accordo di “cooperazione scettica” con la Cina. L’unica considerazione che ora gode di un sostegno bipartisan è la rappresentazione della Cina come “cattivo interlocutore”. Senza badare ai costi economici, gli Stati Uniti hanno cercato sistematicamente di impedire che la Cina sviluppasse il proprio hardware e software, e hanno investito un notevole capitale politico per spingere i paesi terzi a seguire l’esempio. Anche con una nuova amministrazione, oggi sembra questa la strada da seguire.
I legami economici tra la Cina e gli Stati Uniti sembrano ridursi all’esportazione di materie prime “di base”, come la soia, poiché pressoché ogni altra esportazione in ambito tecnologico o industriale potrebbe essere etichettata come “critica per motivi di sicurezza nazionale”.
Entra nella squadra
Inoltre, è molto probabile che Washington continui a fare pressione su alleati e paesi terzi affinché contribuiscano a isolare la Cina e sanzionare1 le aziende cinesi. L’Australia, la Nuova Zelanda, il Canada e il Regno Unito sono membri dell’alleanza di intelligence Five Eyes e sono già schierati con gli Stati Uniti. Per il Messico l’accordo è cosa fatta, visto quanto è forte la dipendenza economica del paese dagli Stati Uniti. Persuadere l’UE ad allinearsi sarà più difficile, perché negli europei prevale un instintivo multilateralismo e una predisposizione a fissare propri parametri per le relazioni con la Cina. Nell’area indo-pacifica, l’amministrazione Trump ha cercato di rilanciare il “Quad”, un “dialogo sulla sicurezza” non vincolante (fino ad ora) inteso come bozza di un’alleanza anti-Cina, ma non è chiaro se in India e Australia ci sia la volontà. Ad accomunare tutti questi paesi vi è solo la preoccupazione per la Cina, che non basta affatto. I rispettivi ministri continueranno a incontrarsi e dar voce alla libertà di navigazione nell’Indo-Pacifico, ma non è in cantiere la nascita di una nuova NATO.
Commercio
Fra gennaio 2018 e marzo 2020 i dazi medi ponderati sulle merci cinesi2 sono passati dal 3% al 19%, un aumento di più di sei volte. Esistono ampi margini per ridurre soprattutto i dazi sui beni intermedi, che penalizzano le imprese americane aumentando i loro costi e rendendo di conseguenza non competitivi i loro prodotti finali. Logicamente, un’amministrazione pragmatica ridurrebbe con criterio questi dazi e preferirebbe ricorrere a misure non tariffarie nelle aree sensibili.
Bloccare l’accesso ai mercati dei capitali statunitensi
Il Public Company Accounting Oversight Board (PCAOB) non è riuscito a raggiungere un accordo con le autorità cinesi per ottenere l’accesso ai dati di certificazione delle società cinesi e, nel contesto attuale, è prevalsa una soluzione drastica: la Securities and Exchange Commission (SEC) vieterà di negoziare azioni di società il cui revisore non si sia sottoposto per tre anni consecutivi a un’ispezione del PCAOB. Tale procedimento obbligherebbe le aziende a rivelare se sono possedute o controllate da un ente governativo. Il Senato ha presentato al Congresso un disegno di legge al riguardo, che gode di un sostegno bipartisan. La legge cinese pone dei limiti alla divulgazione e attualmente vieta alle società di revisione cinesi (comprese le controllate locali di società internazionali) di condividere la documentazione sulle certificazioni delle società, per motivi di sicurezza nazionale3.
In effetti, ciò metterebbe in allerta tutte le aziende cinesi che detengono ricevute di deposito americane (ADR), prospettando una concreta inclusione della Cina nell’elenco storico di paesi che già vede comparire l’Iran e il Sudan4. Chiaramente si restringerebbe l’universo investibile per i gestori di asset statunitensi, ma i paesi terzi che intendono sottoscrivere accordi commerciali o patti di difesa con gli Stati Uniti potrebbero essere vincolati a rinunciare alle relazioni con la Cina. Questo è forse l’impatto di più ampia portata per gli investitori nel breve termine, anche se il mondo degli investimenti individuerà presto meccanismi paralleli per aggirare il problema.
Il piano d’azione cinese
In parole semplici, il piano d’azione cinese consiste nell’arricchirsi e assumere il meritato ruolo di “Regno di Mezzo” che le era appartenuto già in passato. Zhongnanhai, il centro di comando del Partito Comunista Cinese, ci tiene a dimostrare che la sua impronta comunista potrà e saprà fornire la struttura richiesta per promuovere un governo reattivo, un ambiente pulito e ricchezza economica. Il concetto di “giustizia sociale” assume il significato di “stabilità” e può essere imposto, se necessario.
In un certo senso, la riorganizzazione dell’economia interna cinese da industria manifatturiera a polo dei servizi rende i dazi statunitensi meno efficaci. Dal 2013, i servizi e i consumi interni pesano in misura crescente sulla crescita del prodotto interno lordo (PIL) cinese. Il trend di urbanizzazione e di innalzamento del tenore di vita della popolazione rurale è già avviato e non sarà ostacolato da questo confronto con gli Stati Uniti.
La partita commerciale senza esclusione di colpi è servita a togliere seguito alle fazioni moderate di Zhongnanhai, lasciando campo libero agli urlanti nazionalisti che affrontano gli Stati Uniti con una linea politica più dura definita “diplomazia d’attacco”.
La Nuova via della seta
Il piano d’azione del paese prevede il raddoppio della Nuova via della seta (BRI) e un’accelerazione nel reclutamento dei paesi beneficiari e alleati della Cina. Ciò significa consolidare l’accesso a tali mercati attraverso l’integrazione delle imprese cinesi in quelle economie e lo sviluppo di catene di approvvigionamento di materie prime, risorse e prodotti agricoli sicure e di lungo periodo, oltre ad assumere iniziative per incoraggiare l’adozione di standard tecnici e tecnologici cinesi.
Date le poche alternative per molti di questi paesi e la promessa ai governi che conferiscono investimenti di brillare di luce riflessa, viene logico ritenere che la maggioranza accetterà ed entrerà nella sfera d’influenza di Pechino. Attualmente l’elenco comprende 1265 paesi, ma l’esempio più probante è il Pakistan, una potenza nucleare in posizione strategica.
Il corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC)6
L’impegno del CPEC7 riguarda l’energia, i trasporti e la logistica, la sanità, l’istruzione e l’approvvigionamento idrico. Finora sono stati creati 5.320 MW di capacità energetica (31% dell’obiettivo) e 2.548 km di autostrade (36% dell’obiettivo) al costo di 10,8 miliardi di dollari. I piani prevedono una miriade di progetti tra cui 4.122 km di ferrovie e una serie di aree industriali che, se realizzati, trasformeranno il paese entro il 2030.
Ma uno dei riflessi più interessanti del CPEC è il tentativo di aumentare l’impiego del renminbi (RMB) come valuta internazionale. È una spinta che viene da Islamabad, non da Pechino, e che deriva dai vincoli del FMI, dalla diminuzione delle riserve in dollari e dal persistente deficit delle partite correnti. La Cina ha recentemente raddoppiato il perimetro del suo accordo di scambio in RMB concordato con il Pakistan, portandolo a 40 miliardi di yuan. Risulta che lo stesso accordo sia stato replicato per altri 19 paesi8 aderenti alla BRI. Al momento non è chiaro quanto successo potrà raccogliere, dato che la maggior parte delle imprese private preferiscono dollari o euro e vige un limite alla quantità di merci che paesi come il Pakistan possono acquistare dalla Cina.
Il Pakistan e il CPEC hanno dimostrato di essere la vetrina utilizzata da Pechino per dimostrare cosa può fare per aiutare i paesi che aderiscono alla Nuova via della seta.
Il Partenariato economico regionale globale (RCEP)
Oltre a concentrarsi sui paesi della BRI, la Cina è stata lo sponsor principale del Partenariato economico regionale globale (RCEP), che è entrato nel vivo nel novembre 2020. In termini commerciali e geopolitici, è la risposta cinese al Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Conta 16 membri: Australia, Brunei, Cambogia, Cina, India, Indonesia, Giappone, Laos, Malesia, Myanmar, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Corea del Sud, Tailandia e Vietnam. Insieme, i loro PIL raggiungono un totale di 25.000 miliardi di dollari. Questo gruppo godrà di una crescita continua dei volumi e del valore degli scambi commerciali, al contempo allineandosi sempre più strettamente alla sfera geopolitica di Pechino. Una volta completato, il RCEP sbalordirà per dimensioni e portata. Copre 3,5 miliardi di persone e il 33,3% del PIL mondiale, sfruttando le regole dell’OMC9.
I dazi sono relativamente elevati in quest’area del mondo, quindi c’è un’alta probabilità di assistere ad un rapido incremento dell’attività economica nella regione. Le imprese statunitensi, britanniche ed europee si troveranno automaticamente in svantaggio commerciale, non solo per i dazi che dovranno continuare a negoziare, ma anche perché i paesi membri saranno incentivati dai governi a favorire gli altri aderenti al RCEP.
L’Unione europea
Il piano d’azione dell’UE sembra puntare sulla difesa del multilateralismo e del libero scambio, facendo leva sull’ampiezza del suo mercato interno e sulla prominenza combinata del suo apparato diplomatico e militare, mentre rafforza le sue difese contro la guerra cibernetica e le potenziale acquisizioni di proprietà intellettuale da parte cinese. Il blocco probabilmente si schiererà con gli Stati Uniti, ma sarà cauto nell’arroccarsi troppo in quella posizione, difendendo gelosamente il suo diritto di stringere i propri accordi nel mondo.
I negoziati sulla Brexit dal 2016 hanno dato prova dell’inflessibità acquisita dall’UE; l’Unione ha saputo resistere a tutti i tentativi del Regno Unito di incrinare la compattezza del blocco e i suoi ventotto membri hanno mantenuto una disciplina impressionante. L’accordo sul Recovery Fund dell’UE, destinato ad aiutare i paesi membri a far fronte ai danni causati dal COVID-19, dimostra la capacità di trovare dei punti di convergenza di cui in passato si è sentita fortemente la mancanza. I ventotto membri dell’UE si sono allineati massicciamente al Green Deal europeo, un piano molto ambizioso per trasformare gli Stati membri in economie sostenibili, leader mondiali nelle tecnologie pulite e nelle industrie rispettose del clima. Questa coesione è di buon auspicio per le sorti dell’UE in un mondo più aderente al pensiero hobbesiano.
Il primo grande test arriverà nel prossimo ciclo di negoziati commerciali con gli Stati Uniti. Anche con un’amministrazione Biden più ortodossa, saranno probabilmente trattative dure e intransigenti. Si attendono sfide importanti in fatto di tassazione delle grandi società tecnologiche, poi si affronterà la materia dello sviluppo di standard internazionali che vede l’UE protagonista nel definire specifiche a livello globale.
Nel 2012, la Cina ha presentato una straordinaria opportunità che consente ai paesi dell’Europa centrale e orientale di beneficiare della Nuova via della seta. I “Quattro di Visegrad”, come sono state definite Ungheria, Slovacchia, Polonia e Cecoslovacchia, si sono dimostrati convinti seguaci. Questo ha inevitabilmente portato a tensioni con Bruxelles e gli altri membri dell’UE. Da allora l’esperienza non ha portato a risultati concreti. Gli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in Europa si sono concentrati su Francia, Germania e Regno Unito, mentre i Quattro di Visegrad hanno ricevuto capitali molto inferiori alle attese. Nel frattempo, i loro deficit commerciali con la Cina hanno continuato a crescere. Prevale quindi un certo disincanto che accresce le probabilità che l’UE finisca per schierarsi con gli Stati Uniti e che la NATO si trasformi in un’organizzazione di impronta più europea e potenzialmente più sbilanciata a est.
Gli europei vedono la Cina come potenza economica dominante nel mondo
Fonte: Pew Research Center, Summer 2020 Global Attitudes Survey Q.14 “Unfavourable Views of China Reach Historic Highs in Many Countries”.
Intanto, a settembre l’UE e la Cina hanno raggiunto un accordo sui fronti aperti in tema di imprese statali, trasferimenti forzati di tecnologia e sovvenzioni, nell’intento di portare avanti gli sforzi per definire il loro Accordo globale sugli investimenti (CAI). L’UE ha anche rivelato che la Cina estenderà alle imprese dell’UE i benefici concessi alle imprese statunitensi nell’ambito della prima fase dell’accordo commerciale fra Stati Uniti e Cina. Questo sembra indicare la volontà da parte di Xi di soddisfare alcune richieste europee, ma i punti critici rimangono. L’UE ha sottolineato la necessità di assicurare un più ampio accesso al mercato e di rimuovere le barriere non tariffarie in aree fra le quali l’industria automobilistica e le tecnologie digitali emergenti - ambiti nei quali la Cina sta ricalibrando le sue politiche e promuovendo l’introduzione di logiche più propriamente di mercato. L’UE si è concentrata specificamente sulla necessità che Pechino elimini per le imprese UE le barriere all’ingresso nel mercato cinese delle telecomunicazioni, delle biotecnologie e della mobilità sostenibile. Anche la Cina sta chiedendo possibili concessioni all’UE - una revoca delle restrizioni agli investimenti o il sostegno alla Nuova via della seta di Pechino - che in questo momento appaiono poco realistiche.
Giappone e Corea del Sud
Questi vicini si contestano un’imbarazzante vicenda passata che non hanno mai chiarito in modo soddisfacente, oltre a rinfacciarsi reciproche minacce economiche e militari. Difficilmente Tokyo darà priorità a un completo allentamento delle tensioni con il governo sudcoreano, a soli due anni dalle prossime elezioni presidenziali; più probabilmente si accontenterà di un accordo pragmatico che permetta di “normalizzare” le relazioni commerciali. Sarebbe chiaramente nell’interesse di entrambe le economie e getterebbe le basi per il futuro.
Ad accelerare un riavvicinamento più stretto tra i due potrebbe essere la ripresa dei test missilistici nordcoreani, che rammenti loro la presenza di un vicino comune ostile e dotato di armamenti nucleari. Una spaccatura più compromettente fra Giappone e Corea del Sud potrebbe venire da un incidente tra navi da pesca o della guardia costiera nel Mar del Giappone o da iniziative di Pyongyang per migliorare le relazioni con Seul. Il governo sudcoreano si troverebbe stretto in una situazione difficile, avendo storicamente sempre accolto con favore queste iniziative.
Entrambi guardano alla Cina con pregiudizio e i loro piani per ridurre la dipendenza delle loro catene di approvvigionamento dal vicino ingombrante sono già in fase avanzata. Il primo ministro Yoshihido Suga ha scelto di compiere i suoi primi viaggi esteri in Vietnam e in Indonesia, per dare la priorità a un’alleanza con l’ASEAN che contenga l’avanzata della Cina, e in tali occasioni ha promesso10 un maggiore sostegno (dimezzamento dei costi) per le imprese che trasferiscono le linee di approvvigionamento fuori dalla Cina.
Yoshihido Suga non respinge l’ambizione dell’ex primo ministro Abe di trasformare le forze di autodifesa del Giappone in un esercito regolare, tuttavia le sue priorità sono attualmente il COVID-19 e la crescita economica.
Taiwan
Ancora più esposta al deterioramento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti è Taipei, che si colloca in una prospettiva leggermente diversa perché le dinamiche sono più sfumate - un governo rieletto con un chiaro mandato a difendere l’indipendenza, che lavora duramente per convincere le sue aziende a trasferirsi sul suo territorio e tuttavia una forte dipendenza economica dalla Cina. Per il resto, presenta il solo handicap di non avere alcun riconoscimento ufficiale e di essere esclusa dalle organizzazioni multilaterali come la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il riconoscimento da parte di Washington è una carta che può giocare una sola volta e scaverebbe quasi certamente un fossato irreversibile per Pechino.
Militarmente, un’invasione è alla portata dell’Esercito Popolare di Liberazione, ma qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti comporterebbe quasi certamente il bombardamento terrestre, che porterebbe molto rapidamente alla minaccia di una guerra nucleare. La consapevolezza di questo scenario sembra trattenere entrambe le parti. I margini di intervento della diplomazia vanno restringendosi e per le sue aziende tecnologiche leader sta diventando sempre più difficile immaginare come continuare ad operare senza ostacoli sia in Cina che negli Stati Uniti. Tutto è appeso a un accordo fra questi due pesi massimi.
Nel frattempo, Taipei sembra poco attrezzata per difendere i suoi colossi tecnologici come Taiwan Semi-Conductor Company (TSMC) in questa riedizione del “Grande Gioco”. È prevedibile che Taipei si accodi gradualmente agli Stati Uniti sul fronte tecnologico, anche se dovrà pagare il costo elevato di uno sganciamento dalla Cina. Qualsiasi segnale di riconoscimento ufficiale da parte degli Stati Uniti potrebbe tuttavia scatenare una reazione aggressiva da Pechino, poiché la leadership si accorgerà di non avere alternative.
Conclusioni
Il prossimo decennio assisteremo probabilmente a un moltiplicarsi delle iniziative per disaccoppiare le due maggiori economie mondiali. Gli investitori sono ben consapevoli della crescente pressione sui governi per prendere posizione. Nei paesi in via di sviluppo, l’offerta cinese della BRI è già stata accettata. Le uniche questioni che potrebbero potenzialmente sabotare questo sviluppo sono un’improvvisa e adeguata offerta di finanziamenti da parte degli Stati Uniti, la prova di un’attuazione di scarsa qualità della BRI, o un errore politico particolarmente eclatante da parte di Pechino. Attualmente sembrano tutte opzioni improbabili, a conferma che se il disaccoppiamento fra Stati Uniti e Cina dovesse continuare, molti paesi sono già entrati nella sfera d’influenza cinese. Le mosse aggressive dell’amministrazione Trump contro specifiche aziende hanno tuttavia creato pericolosi precedenti. Oltre a causare pubblicità negativa, un tweet non sorvegliato può ripercuotersi sui ricavi e sulla redditività delle aziende di paesi terzi, come ha dimostrato la campagna di pressione sulla taiwanese TSMC per colpire la cinese Huawei. TSMC gode di una posizione leader nel settore, quindi l’azienda dispone di opzioni che sarebbero precluse ad altre società. Gli investitori devono stare al passo con gli sviluppi e capire le prospettive per riconoscere le aziende particolarmente vulnerabili. Allo stesso tempo, gli investitori dovranno prepararsi a un futuro nel quale l’ubicazione geografica di un gestore di asset influenza concretamente l’universo di investimento: un fattore che non abbiamo considerato per decenni.
Definizioni:
Una ricevuta di deposito americana (ADR) è un titolo negoziabile che rappresenta i titoli di una società estera e permette alle azioni di quella società di essere negoziate nei mercati finanziari degli Stati Uniti. Le azioni di molte società non statunitensi vengono scambiate nelle borse americane attraverso gli ADR, che sono denominate e pagano i dividendi in dollari statunitensi, e possono essere scambiate come normali azioni. Le ADR sono scambiate durante le ore di negoziazione negli Stati Uniti anche attraverso broker-dealer statunitensi. Le ADR semplificano l’investimento in titoli esteri attraverso una banca depositaria che “espleta tutte le attività legate a custodia, valute e tasse locali”.
L’accordo globale sugli investimenti UE-Cina (CAI) è un trattato bilaterale stipulato il 30 dicembre 2020 che sostituirà i trattati bilaterali di investimento esistenti tra i singoli Stati membri dell’UE e la Cina continentale (“Cina“) e fornirà un quadro giuridico uniforme. Il CAI si propone quale principale fine di migliorare la protezione e ridurre le barriere degli investimenti bilaterali, di riflesso migliorando significativamente l’accesso al mercato per le società dell’UE in Cina e viceversa. Inoltre, il CAI promuove anche le iniziative di sviluppo sostenibile evidenziando le norme ambientali fondamentali e i diritti del lavoro.
Il Corridoio economico sino-pakistano (CPEC) è un insieme di progetti di infrastrutture in via di realizzazione in tutto il Pakistan dal 2013. Originariamente stimato in 47 miliardi di dollari, nel 2020 i progetti CPEC avevano un valore di 62 miliardi di dollari. Il CPEC è destinato a migliorare rapidamente le infrastrutture necessarie al Pakistan e a rafforzare la sua economia attraverso la costruzione di moderne reti di trasporto, numerosi progetti energetici e zone economiche speciali.
La Nuova via della seta (BRI, o B&R) è una strategia globale di sviluppo delle infrastrutture adottata dal governo cinese nel 2013 per investire in quasi 70 paesi e organizzazioni internazionali. È considerata un elemento centrale della politica estera del segretario generale del Partito Comunista Cinese e presidenteXi Jinping, che ha originariamente annunciato la strategia come “Cintura economica della Via della Seta” durante una visita ufficiale in Kazakistan nel settembre 2013.
Il Five Eyes (FVEY) è un’alleanza di intelligence che comprende Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. Questi paesi sono membri dell’Accordo multilaterale tra Regno Unito e Stati Uniti, un trattato per la cooperazione congiunta in attività di intercettazione e spionaggio.
L’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), chiamata anche Alleanza Nord Atlantica, è un’alleanza militare intergovernativa fra 30 paesi europei e nordamericani. L’organizzazione attua il Trattato Nord Atlantico che è stato firmato il 4 aprile 1949. La NATO istituisce un sistema di difesa collettiva che prevede un accordo di difesa reciproca fra i suoi Stati membri indipendenti in risposta a un attacco da parte di qualsiasi soggetto esterno. Ilquartier generale della NATO si trova a Evere, Bruxelles, in Belgio, mentre il quartier generale del Comando Operativo Alleato è vicino a Mons, in Belgio.
Il Public Company Accounting Oversight Board (PCAOB) è una società senza scopo di lucro creata dal Sarbanes-Oxley Act del 2002 per vigilare sulle revisioni contabili di società pubbliche e altri emittenti al fine di proteggere gli interessi degli investitori e promuovere il pubblico interesse nella redazione di relazioni di revisione informative, accurate e indipendenti. Il PCAOB supervisiona anche le revisioni contabili dei broker-dealer, compresi i rapporti di conformità presentati ai sensi delle leggi federali sui titoli, per promuovere la tutela degli investitori. Tutte le regole e gli standard del PCAOB devono essere approvati dalla U.S. Securities and Exchange Commission (SEC).
La U.S. Securities and Exchange Commission (SEC) è una grande agenzia indipendente del governo federale degli Stati Uniti che è stata creata dopo il crollo del mercato azionario negli anni ‘20 per proteggere gli investitori e il sistema bancario nazionale. La SEC ha la responsabilità primaria di far rispettare le leggi federali sui titoli, di proporre norme sui titoli e di regolamentare il settore dei valori mobiliari, cioè le borse valori nazionali di azioni e opzioni, e altre attività e organizzazioni, compresi i mercati elettronici dei titoli negli Stati Uniti.
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Fonte: US Department of State - comunicato stampa, 26 agosto 2020.
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Fonte: Peterson Institute, “Trump’s trade war timeline: An up-to-date chart”, 14 febbraio 2020.
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Fonte: US Department of State - comunicato stampa, 26 agosto 2020.
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Fonte: Peterson Institute, “Trump’s trade war timeline: An up-to-date chart”, 14 febbraio 2020.
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Fonte: Xinhua 2019-09-14.
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Sito ufficiale del CPEC, Governo del Pakistan.
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Fonte mappa: CPEC Factbook 2019 - Ministero dello sviluppo della pianificazione e della riforma del Governo del Pakistan, p. 11.
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Fonte: Xinhua 2019-09-14.
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Fonte: Martin Currie, La Banca Mondiale.
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Fonte: Nikkei Asia, 15 ottobre 2020.
QUALI SONO I RISCHI?
La performance passata non costituisce una garanzia di risultati futuri. Gli investimenti esteri comportano rischi particolari quali fluttuazioni dei cambi, instabilità economica e sviluppi politici. Gli investimenti nei mercati emergenti implicano rischi più accentuati connessi con gli stessi fattori, oltre a quelli associati alle minori dimensioni dei mercati in questione, ai volumi inferiori di liquidità e alla mancanza di strutture legali, politiche, economiche e sociali consolidate a supporto dei mercati mobiliari. Gli investimenti nel settore delle risorse naturali comportano rischi particolari, quali una maggiore sensibilità a sviluppi economici e normativi avversi che influenzano il settore.
Gli investimenti nel settore delle risorse naturali comportano rischi particolari, quali una maggiore sensibilità a sviluppi economici e normativi avversi che influenzano il settore. I prezzi di tali titoli possono essere volatili, particolarmente nel breve periodo.
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